Se il giardino rifiorisse

Il Cristianesimo come esercizio della cura

 15,00



Autore: Marcello Farina
Presentazione di Emilio Gabrielli
ISBN: 978-88-6099-420-2
Pagine: 144
Formato: 14 x 21
Anno: 2020
Anteprima: Disponibile

Descrizione

Don Marcello Farina in questo suo nuovo libro dispiega un’analisi dei tre sacramenti preceduta  da una introduzione generale sulla “situazione attuale” del Cristianesimo nell’epoca “post-moderna”. Il testo è strutturato intorno all’immagine del “giardino”: il battesimo (all’ingresso del giardino), l’eucaristia nella vita dei cristiani (il giardino ospitale), la riconciliazione (coltivare e custodire il giardino). Nell’immagine del giardino l’autore intravede e identifica la comunità cristiana, non per esclusione, ma per la responsabilità che le appartiene di essere un terreno fecondo ed accogliente, in un mondo talvolta arido e simile al deserto. E, come si può notare dal titolo Se il giardino rifiorisse, il congiuntivo sottolinea la condizione tipica del sogno, del desiderio, di un’anticipazione dello spirito che esprime la speranza di una nuova stagione per il Vangelo alle donne e agli uomini del nostro tempo: un rinnovato impegno battesimale, uno spezzare il pane nell’eucaristia, un abbraccio del perdono che ridia freschezza alla vita di ognuno. Una lettura quindi dei sacramenti in una prospettiva di salvezza umana e ambientale integrale, un esercizio del Cristianesimo come cura. Perché, oggi più che mai, «abbiamo bisogno di persone capaci di amare il prossimo con la medesima intensità del Buon Samaritano per poterne risanare a milioni. Ne va di mezzo il piano cosmico della salvezza annunciato da Gesù di Nazareth che sta nella ricerca del Regno di Dio e della sua Giustizia. Da chi andremo se non da Te che hai Parole di Vita e di Salute Eterna ed Integrale? Un libro provvidenziale per i tempi che viviamo e che merita il sussulto di speranza che il titolo suscita».(dalla Presentazione)

Estratto dall’Appendice:
UN GIARDINO C’È GIÀ: È LA NOSTRA TERRA
(a cinque anni dalla Laudato si’) 

L’abitare dell’uomo, oggi
L’enciclica Laudato sì’, come si è già potuto costatare, dedica molti passaggi significative alla individuazione dei tratti caratteristici di una umanità che sappia cogliere la drammaticità del momento storico che il pianeta sta vivendo. Essa invita a prendere coscienza della necessità di cambiamento di stili di vita, di produzione e di consumo ormai indifferibili. Sollecita la responsabilità di ciascuno e delle comunità, perché si ricomponga la capacità di esperienze solidali, condivise, nella costruzione del bene comune, nella denuncia della violenza, dell’arroganza di certa economia e della finanza. Si sofferma persino a descrivere la disordinata crescita di molte megalopoli odierne (n. 44); l’esclusione sociale e la diseguaglianza nella disponibilità delle risorse (n. 46); il rumore dispersivo di certa informazione (n. 47) e ribadisce che il grido dei poveri si assomma al grido della terra. Per papa Francesco «la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la Terra, è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (n. 70).
È in questo contesto che mi permetto di introdurre una domanda che può apparire fuori luogo, “straniera”, superflua: l’abitante (cioè l’uomo) sa come abitare la sua casa (cioè la Terra)? In modo un po’ solenne: c’è un’antropologia condivisa all’altezza della situazione o le correnti concezioni dell’umano sono inadeguate per rispondere alla sfida che quella gli lancia?
(…)
Vale, ora, la pena di chiarire ulteriormente i significati dei due verbi coltivare (bestellen) e custodire (behüten), incontrati sopra:
coltivare, a partire soprattutto dal testo della Genesi 2,15, significa che l’uomo non deve solo esistere o vivere, ma deve coltivare l’esistenza stessa in cui egli si trova gettato. Egli non è una marionetta nelle mani di un despota violento: è stato creato come capace di intervenire sulla creazione, capace di prendere un’iniziativa autonoma nei suoi confronti. Da questo punto di vista la creazione attende la risposta dell’uomo, senza la quale essa risulterebbe incompiuta, non pienamente realizzata. L’uomo, cioè, non è uno spettatore, ma un attore della vita e dell’esperienza tutta.
Nel testo antico, la dimensione del coltivare trova la sua più commovente espressione nell’invito di Dio a dare il nome alle cose: «Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe nominati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Genesi 2,19). “Nominare le cose”, gesto per eccellenza creativo da parte dell’uomo. E questo coltivare può assumere le forme più terribili. In La banalità del male Hannah Arendt ricorda che quando il giudice chiese a Eichmann: «Ma ascolti, come faceva a non sapere che c’erano dei boia nei campi di concentramento in cui inviava gli Ebrei?», il gerarca nazista rispose: «Ma quali boia? Non esiste un documento su cui ci sia il nome “boia”. C’è scritto assistenti sanitari». Si può dare il nome anche in modo perverso.
Custodire è invece un verbo più difficile da interpretare, perché esso riguarda ultimamente (cioè ha a che fare in definitiva con) l’alterità, cioè quella realtà che egli non può costruire, ma di cui deve, invece, avere-cura, con la consapevolezza che egli non può evitarla, né dominarla. È la vita stessa, per esempio, che si configura sempre come “altra”, come un “al di là” che sfugge a ogni invenzione, un resto che si sottrae alla pur grandiosa capacità di coltivare (cioè sognare, immaginare, fantasticare, progettare, ecc. ecc…) propria dell’uomo. “Custodire” crea “la ferità dell’altro”, la sua esposizione all’altro, perfino a quello che Paul Ricoeur chiama “il sé come un altro”, la sua esposizione all’altro, per indicare un’“alterità interiore”, ciò che non può mai essere il frutto di un costruire temporaneo, ma è quell’“eccedenza”, quell’inquietudine irriducibile che è sempre “oltre” noi stessi. È come dire che al fondo di noi non si trova uno spazio franco, un nocciolo duro e sicuro, ma una frattura, una cesura, una scena d’alterità che appunto ci abita. Per questo possiamo dire che siamo insieme “abitanti” e “abitati”. L’uomo è un abitante abitato. Se egli si accoglie come tale, allora riconosce di non essere il signore di se stesso in termini di potere, di arroganza, ma di essere un “non tutto”, per riprendere una felice espressione di Lacan. In tal senso siamo tutti ospitali e ospitati: l’esatto contrario del “padroni a casa propria”. È per questo che una buona “ecologia umana” è una condizione indispensabile per una “ecologia integrale”.

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