Teresa Forcades, Lidia Maggi: violenza di genere e il mito di Eva

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La nostra casa editrice ha pubblicato a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro due libri di estremo interesse anche per una riflessione sul tema del corpo e sulla violenza di genere.
Proponiamo a questo proposito due estratti: di suor Teresa Forcades e della pastora battista Lidia Maggi.

Teresa Forcades – Sulla violenza di genere contro le donne

Tratto dal nuovo libro di Teresa Forcades, Il corpo, gioia di Dio. La materia come spazio di incontro tra divino e umano, Gabrielli editori 2020.

«La madre è, al tempo stesso, il riferi­mento di ciò che dobbiamo lasciarci alle spalle (la fu­sione indifferenziata) e il fondamento di ciò che dob­biamo sviluppare (la comunione personale). Grazie alla madre, siamo esseri costitutivamente relazionali, considerando che, dall’istante del concepimento, le nostre sensazioni intime sono state associate a qual­cosa di esterno a noi che non possiamo controllare: la voce della madre. Da qui l’ambivalenza e da qui il fatto che nei momenti di crisi personale o sociale (per esempio in un contesto di guerra) aumenti la violen­za contro le donne, soprattutto la violenza sessuale. Specificamente, si tratta qui della crisi in quanto espe­rienza che supera la capacità di una persona di for­mulare con parole ciò che le capita; la persona in cri­si di significato (in inglese thetic crisis) resta letteral­mente “senza parole”: la sua capacità di comprendere il mondo simbolicamente (di dargli nome) collassa e la persona retrocede psichicamente allo stadio pre-linguistico di unione indifferenziata con la madre. Gli uomini in crisi possono tentare di superarla con il ma­tricidio simbolico o reale; le donne possono esprime­re la crisi assumendo un ruolo materno sacrificale. In entrambi i casi si tratta di controllare o castigare la madre simbolica che nell’immaginario della persona in crisi è responsabile del collasso della parola. Si cer­ca allora di umiliare o dominare le donne o si eserci­ta violenza fisica o sessuale ai loro danni senza alcun motivo logico, semplicemente perché il loro “essere donna” evoca la figura materna immaginaria che si suppone impedisca di essere se stessi. Malgrado risul­ti ovvio che la violenza esercitata contro di loro è gra­tuita e non ha alcun motivo logico, le donne maltrat­tate dai loro compagni o dai loro familiari maschi più vicini si sentono responsabili di non averla evitata ed esprimono solitamente sensi di colpa. I sensi di colpa della donna maltrattata sono una costante intercultu­rale che non si spiega dal punto di vista logico-razio­nale. Diventa comprensibile solo richiamandosi al re­clamo materno dell’uomo in crisi e all’identificazione con il ruolo materno sacrificale della donna maltrat­tata. Se ci atteniamo alle battute e alle frasi fatte che si ripetono nelle diverse culture, gli uomini in generale sentono che devono tenere a bada le donne (dai loro un dito e si prendono un braccio); e le donne in ge­nerale sentono che devono sacrificarsi per gli uomini (gli uomini sono come bambini).
Ciò significa che la violenza di genere contro le donne è inevitabile? Nella tradizione cristiana, incon­triamo qui una discrepanza tra la teoria e la prassi: a livello teorico, la risposta è un netto “no”; ogni vio­lenza è evitabile, anche quella sessuale, giacché gli es­seri umani sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio e sono chiamati ad amarsi gli uni gli altri come Dio stesso li ama; a livello pratico, la risposta è stata la giustificazione della violenza contro le donne, sulla base del racconto della Genesi e dell’attribuzione a Eva del ruolo della prima peccatrice e seduttrice del suo compagno Adamo.» (pp. 65-68)

Lidia Maggi, Il fianco sfiancante – Una rilettura del mito di Eva

Tratto dal libro, Non sono la costola di nessuno. Letture sul peccato di Eva, a cura di Paola Cavallari, prefazione di Lilia Sebastiani, contributi di: Gianpaolo Anderlini, Carlo Bolpin, Paola Cavallari, Lidia Maggi, Paolo Ricca, Brunetto Salvarani, Letizia Tomassone, Gabrielli editori 2020.

«Per affrontare lo scandalo di una discriminazione all’interno del cristianesimo, che ha insegnato il disprezzo nei confron­ti delle donne, abbiamo bisogno di ritornare su quei racconti fondativi che, tradizionalmente, sono stati narrati per legitti­mare la loro subordinazione.
Storie usate per colpevolizzare e denigrare le donne fino a legittimarne la sottomissione e minimizzare la violenza nei loro confronti. Un processo di liberazione che permetta alle donne di riscoprire la piena dignità nelle chiese e nella società passa anche attraverso la rivisitazione di quelle narrazioni che han­no costruito l’immaginario collettivo. Racconti fondativi di un immaginario simbolico che si radica così profondamente nel tessuto sociale da essere percepito come “ordine naturale”, impossibile da questionare. Narrazioni che agiscono dentro ognuna di noi, anche quando si perde la trama del racconto, anche quando i dettagli sfuggono e i protagonisti diventano la caricatura di sé stessi e possono logorare, come un cancro.
Ritornare alle fonti e legittimarsi a leggere con i propri oc­chi, senza accontentarsi più di informazioni indirette o dei propri ricordi, è un passo essenziale nel cammino di liberazio­ne di ogni donna.
Non sono solo le donne, tuttavia, che necessitano di esse­re liberate da racconti colpevolizzanti. Sono anche gli uomini, ingabbiati in ruoli sociali che difficilmente tengono conto del­la singolarità di ogni individuo. Ruoli che possono inibire re­lazioni libere, paritetiche e rischiano di generare aggressività, come risposta alla pressione sociale.
Insieme alle donne e agli uomini del nostro tempo, infine, sono le stesse storie, imbavagliate dalle letture misogine e ideo­logiche, a gemere, attendendo la fine della cattività.» (pp. 31-32)

«La Bibbia si apre con due diverse storie di creazione. Sono miti, racconti delle origini, narrazioni sapienziali non storiche. Evocano un mondo dove i confini tra cielo e terra sono labili. Com’è noto, i miti provano a mettere in luce verità esistenzia­li non attraverso argomentazioni razionali, ma per mezzo di racconti. Nel primo racconto (Genesi 1,1-2, 4a), l’essere umano (l’adam) è crea­to all’apice del atto creativo, il sesto giorno. Qui, l’uomo e la donna vengono generati contemporaneamente, a immagine di Dio. Generalmente, è questo il racconto evocato quando si parla della creazione dell’uomo; mentre, se si parla della don­na, si fa riferimento al secondo racconto: l’umanità creata agli inizi, prima ancora che il mondo fosse, quando Dio forma dal suolo (termine differente da quello che compare nella prima creazione: adamà e non erez; suolo e non terra, intesa in senso cosmico) una creatura terrestre, non ancora connotata sessual­mente, creata per custodire e lavorare il suolo da cui è tratta. Servire e custodire il giardino come, in seguito, quando con la differenza sessuale verrà creato l’eros, dovrà servire e cu­stodire il giardino dell’amore. Ma, all’inizio, la creatura non è ancora sessuata. Quello che le nostre Bibbie traducono con “uomo”, dovrebbe essere reso con “terrestre”. Una creatura tratta dalla terra, come poi la donna sarà tratta dall’uomo, o più esattamente dal terrestre, visto che l’uomo compare nel racconto solo dopo che la donna è stata formata da Dio. La creatura di terra diventa essere vivente solo dopo aver ricevuto il soffio divino.
Ma essere vivente non significa “creatura divina”. Non è un caso che il termine viene accostato ad ogni altra creatura che vive, tratta dal suolo (uccelli del cielo e animali terrestri). Se il primo racconto di creazione mette in scena una creatura a im­magine e somiglianza divina, che nasce plurale, maschio e fem­mina, creata all’apice della creazione, nel secondo racconto (Genesi 2,4b -25), in tensione col primo, si narra un processo creativo, un itinerario che, solo alla fine, darà vita all’uomo e alla donna, creature umane simili e differenti insieme.
Dunque, Dio modella con la terra rossa, l’argilla, una crea­tura che prende vita dopo aver ricevuto il soffio divino; ma c’è ancora qualcosa di incompiuto in questa creatura, una mancanza che le impedisce di essere felice. “Non è bene che la creatura terreste sia sola”. Gli manca una corrispondenza, qualcuno che possa stargli a fianco. Ecco perché dal lato del terrestre (e non dalla sottrazione di una costola) viene tratto il frammento con cui Dio modella la donna, affinché ci sia piena corrispondenza, pariteticità e i due possano camminare fianco a fianco.» (pp. 38-39).

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